Sabato, 8 Maggio, 2021

CRISTO È RISORTO!

Il racconto in formato pdf può essere scaricato all'indirizzo http://nachtigall.pl/racconti/cristoerisorto.pdf

Russian Easter, Nicholas Roerich

Russian Easter, Nicholas Roerich

"Khristos voskres!" - Urlava il batjuska Nikolaj, e la folla, riunita clandestinamente nella chiesa di Caterina e nel cortile a festeggiare la Pasqua in quella stellata e fredda notte primaverile, rispondeva a gran voce: "Voistinu voskres!".
"Cristo è risorto!" - urlava nuovamente, e ancora la gente ripeteva: "È veramente risorto!".
"Cristo è risorto!" - disse per la terza volta e per la terza volta, in risposta, grida vibranti e gioiose tagliavano l'aria, come spade: "È veramente risorto!". Ed era appunto una spada, mi sembrava di ricordare, che Cristo era venuto a portare: aria.
E veramente l'atmosfera era carica di gioia. Mi immaginavo le parole espandersi come vibrazioni nell'infinito e per l'eternità, in un modo analogo alle onde del mare, quando notai per la prima volta una rappresentazione di Gesù, dove la posizione delle braccia stilizzava, con le spalle, una saetta. Il braccio destro alzato, la mano sembrava rubare qualcosa dal cielo, quello sinistro abbassato, l'indice della mano indicante la direzione: terra. Ma cosa significasse, quale arcano si celasse dietro quell'imago, non riuscivo ad afferrarlo pienamente.

La celebrazione era terminata e si faceva ormai mattina. Ammiravo, camminando verso casa, il sole che spuntava da dietro l'orizzonte. Una croce di legno, situata su una collinetta lungo la strada che percorrevo, colpita dai raggi, risaltava, nera come il carbone, sui bellissimi colori del cielo. "Cristo è risorto!" - ripetei involontariamente, con una rinnovata energia in corpo.

Ad attendermi nella mia stanza trovai il cetriolo di cui mi ero oramai dimenticato; rinsecchito, ammuffito e gocciolante. "Un cetriolo?!" - si chiederà stupefatto il lettore, forse ho voglia di scherzare? È ciò che in quel momento pensai io stesso. Una spiegazione s'impone.
Stavo digiunando ormai da diversi giorni, non era un digiuno fatto secondo i ritmi e le regole della religione, avevo iniziato a digiunare solo pochi giorni prima della Domenica dei Salici, e non ingerivo nulla, né mi permettevo di bollire l'acqua. A parte una certa debolezza al risveglio, i primissimi giorni, tutto proseguiva senza intoppi. Al quinto giorno, seduto su una pietra (era una giornata stupenda), leggevo Anna Karenina, del Tolstoj.

"Dopo aver visitata accuratamente e palpeggiata l'inferma, sperduta e stordita per la vergogna, il dottore celebre, lavatesi accuratamente le mani, stava in piedi nel salotto e parlava col principe. Il principe aggrottava le sopracciglia, tossicchiando, mentre ascoltava il dottore. Egli, come uomo che aveva vissuto, non stupido e non malato, non credeva alla medicina, e nell'animo suo s'arrabbiava contro tutta quella commedia, tanto più che era forse il solo che capisse interamente la causa della malattia di Kitty."

Non so se fu il lavarsi accuratamente le mani del dottore, il tossicchiare del principe non stupido e non malato o il fatto stesso che questi ascoltasse il dottore pur sapendo la causa della malattia di Kitty; mi prese un irresistibile desiderio di mangiare un cetriolo. Non era fame, era proprio un capriccio, o forse, come spesso si fa, il tentativo di soffocare, con la digestione, delle forti emozioni. Naturalmente non era stagione di cetrioli, quello che rimaneva era stato acquistato in un negozietto tempo prima: infatti, meraviglia degli inizi del secolo XXI, i cetrioli erano acquistabili tutto l'anno! Il dottore forse l'avrebbe chiamato progresso e il principe avrebbe tossicchiato, a Kitty non sarebbe comunque cambiato nulla. E così a me; che i cetrioli fossero disponibili tutto l'anno, pareva totalmente inessenziale. Semplicemente la questione stava in questi termini: finendo le scorte di cibo che poteva andare a male, in preparazione al digiuno, era avanzato questo cetriolo, che molto banalmente non mi era andato, al momento, di mangiare. Al quinto giorno mi era venuto in mente che questo cetriolo esisteva, e il fatto di essere a digiuno da cinque giorni, unito al fatto che in casa non ci fosse nient'altro, me lo rendeva particolarmente attraente e gustoso. Così fui tentato, ma non caddi. Che vergogna, pensai, sarebbe stato cadere per un cetriolo, quando altri non cedono nemmeno per una bella insalata, o... E qui i pensieri mi portarono, seguendo un certo filo logico, ad Aleksandra Petrovna, una ragazza che avevo conosciuto tempo addietro. Con mia sorpresa, mi colsi ad immaginarla rinsecchire ed ammuffire come sapevo sarebbe accaduto al cetriolo. Era un trucco che mi era stato insegnato da un matto, si trattava in pratica di far precipitare una cascata di acqua gelida sul proprio incendio interiore, in ogni caso di suscitare il senso di ripulsa (anche a volte verso se stessi) che sempre accompagna una tentazione, costituendone l'altra faccia della medaglia. Lo scopo non è tanto spegnere l'incendio, quanto domarlo, come si farebbe con un cavallo impazzito.
Al mio rientro dopo le celebrazioni della Pasqua, ritrovai quindi il cetriolo, e l'osservarlo mi riportò a quell'ordine di idee. "Sì, certo, Aleksandra Petrovna è questo e quest'altro" - mi dicevo, pensando a tutte le cose belle che era quella ragazza e soprattutto al suo profumo - "...ma gli avrei dato tanta importanza se l'avessi incontrata già rinsecchita ed ammuffita? Quanto può impiegare un fiore colto ad appassire? Non vive forse più a lungo se lo si lascia dov'è? Possibile che ad un dato momento un cetriolo è al centro dei nostri desideri e lo stesso cetriolo a distanza di tempo ci provoca repulsione solo a guardarlo, e taccio dell'odore? Sentivo di avvicinarmi ad una questione fondamentale, quasi un segreto dell'esistenza su questo pianeta, eppure più mi sforzavo di capire e più tutto diventava confuso. C'era - mi era ovvio - qualcosa di immortale in Aleksandra Petrovna, che forse non c'era nel cetriolo, sebbene avessi letto anche di monaci e santi che usavano mangiare cibi avariati senza subirne alcun danno. Allo stesso tempo c'era qualcos'altro che invece svaniva, già dopo i vent'anni, forse a mo' di sveglia, ad indicare una via di uscita da questo mondo.
Ma, ecco, forse per non pensarci troppo, ero del resto di ottimo umore e carico di energie, mi immersi - acqua - nuovamente nella lettura.

"Le parole di Darja Aleksandrovna sul perdono avevano prodotto in lui solo stizza. L'applicazione o la non applicazione della regola cristiana al suo caso era una questione troppo difficile, di cui non si poteva parlare leggermente, e questa questione era già stata risolta da lungo tempo negativamente da Aleksjej Aleksandrovic'. Di tutto quel che era stato detto gli si erano incise maggiormente nell'immaginazione le parole dello sciocco e buon Turovtsyn: 'Ha agito da prode, l'ha sfidato a duello e l'ha ucciso'."

L'uccisione di un uomo, alla luce di quell'essenza misteriosa che sopravvive al tempo, e certo alla morte, mi parve allora cosa affatto diversa e compresi in quel momento - fu come un'illuminazione - tutto il significato profondo di quella antica usanza; c'era qualcosa al cui confronto anche il dare la propria vita o prendere quella di un altro passava in secondo piano. E aggrapparsi alla propria vita significava perderla e lasciarla significava trovarla.

Giovedì, 29 Aprile, 2021

LO SBOCCIARE DEL FIORE D’ORO

Pubblicato originariamente all'indirizzo http://alcesteilblog.blogspot.com/2021/04/lo-sbocciare-del-fiore-doro-racconto.html, domenica 11 aprile 2021

Il racconto in formato pdf può essere scaricato all'indirizzo http://nachtigall.pl/racconti/losbocciaredelfioredoro.pdf

Glory to the hero, Nicholas Roerich

 

Glory to the hero, Nicholas Roerich

 

“Usciamo a guardare le stelle” – disse Vera, alzandosi dal pavimento e lasciando cadere il rettangolo di stoffa di cotone che solo copriva le sue nudità. Si era stancata di parlare o forse non c’era nient’altro che si potesse o valesse la pena dire.
Per un istante mi ritrovai faccia a faccia con il suo sesso e mentre si allontanava ebbi l’impressione che il suo profumo mi avvolgesse. Seduto, come stordito, respiravo a pieni polmoni, in uno stato di assoluta beatitudine. Fu solo dopo quelli che mi parsero un paio di minuti che, ripresomi, mi alzai e, anche io nudo, la raggiunsi.
Il cielo di Fernando de Noronha, quella sera, era il più bel cielo che avessi mai visto. Mi immaginavo l’oceano sommergere l’isola ed io ad annegare, tranquillo, con l’immagine di quel cielo stampata in testa per l’eternità.
Non avevo mai visto Vera nuda prima di quel momento e ora tanta improvvisa disinvoltura mi aveva colto completamente alla sprovvista.
Passeggiammo a lungo, in silenzio, sulla battigia, poi ad un tratto ella mi disse qualcosa a proposito del comunicare con gli spiriti. “Parlerò solo con Dio” – le risposi scherzando, mentre incantato ammiravo la perfezione delle sue curve, su cui ancora, fino a poco prima, non avevo osato posare lo sguardo, mentre un brivido, chissà perché, mi attraversava in quel momento da parte a parte. Un brivido di terrore.
“Dio non parla, Dio è solo Amore. Se parlasse si avrebbe un dialogo, cioè uno scambio, un dare e avere, ma Dio è come il Sole. Per la luce e il calore che dà non chiede nulla in cambio.”
Teneva, mentre sussurrava queste parole con un filo di voce, gli occhi fissi nei miei, così io ad un certo punto non seppi più dove finisse lei e cominciassi io, nonostante alcuni invalicabili centimetri separassero i nostri corpi mortali. Seguì una lunga pausa.

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Mercoledì, 28 Aprile, 2021

LA CITTÀ DALLE NOVE PORTE

Pubblicato originariamente all'indirizzo http://alcesteilblog.blogspot.com/2020/06/la-citta-dalle-nove-porte-nachtigall.html, lunedì 1 giugno 2020

Il racconto in formato pdf può essere scaricato all'indirizzo http://nachtigall.pl/racconti/lacittadallenoveporte.pdf

Krishna (Spring in Kulu), Nicholas Roerich

Krishna (Spring in Kulu), Nicholas Roerich

 

BAIKAL


“Il mozzicone di candela, che si spegneva a poco a poco nel candeliere contorto, illuminava debolmente quella misera stanza, nella quale l'assassino e la prostituta, per una strana combinazione, s'erano uniti nella lettura del libro eterno.” [F. M. Dostojevskij]


Ovunque si volga lo sguardo è deserto di ghiaccio e neve, lo stesso sole, pure bellissimo in cielo, pare da giorni sorgere di controvoglia, con una comprensibile fretta di dileguarsi dietro l'orizzonte.
L'elettricità, sull'isola dove mi trovo, non è comparsa che con il nuovo millennio, suggello di fuoco a conclusione definitiva di un'epoca.
Nei pochi villaggi, gli alberghi costruiti dai cinesi risaltano come note stonate in una composizione altrimenti divina.
In questa terra di confine ancora regnano forze primordiali oscure e l'uomo si inchina alla di loro superiorità. Ma il limite che questa terra segna è nel tempo più che nello spazio: da una parte vi è il passato, dall'altra, oltre, l'oblio. Intorno a me è la stessa pace che si deve provare in fondo all'oceano.
Una folata di vento gelido mi scuote dai miei pensieri: presto farà notte. Ne va una buona oretta per tornare al villaggio. Mi metto in cammino, di ottimo umore.
Vedendomi arrivare, L. esce dalla banja e mi si fa incontro. Un brivido mi percorre la schiena, d'eccitazione e di freddo.
« Priviet. »
Slacciandomi il colbacco e abbassandomi la sciarpa, avrei sorriso di rimando, se solo la condizione dei muscoli facciali l'avesse consentito.
« Già qui? »
« Ho appena acceso. Tra venti minuti possiamo entrare. »

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